Uncò Libri
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Pocoapoco
Racconti da leggere in due. Almeno.
Gennaio 2012
In copertina. Un gatto.
Carla Manea
In mente hai già il gatto e la sua posizione. Ovviamente il risultato finale, questo, viene dopo molte prove.... ma molte! Perchè non puoi sbagliare. Prima vai con l’acrilico, due o tre pennellate bianche; lasci uno spazio tra la testa e la metà del corpo dove andrai poi con una matita molto grassa a riempirla. Prendi un gessetto ad olio rosa e fai una linea sul viso per dare l’effetto della guancia e della rotondità del muso. Poi ritagli con le mani due pezzi di occhi e ci colori sopra il nero delle pupille. Ecco, un gatto!
Introduzione
Alessio Sartore
Ci siamo.
Chiedi agli amici se hanno voglia di scrivere un racconto, o se ne hanno uno nel cassetto. Glielo chiedi senza spiegare granchè. Forse solo un sms.
I racconti arrivano. Poco a poco. Sono inediti. Sono diversissimi l’uno dall’altro. Bene. Ci sono fiabe per bambini. Racconti pulp. Immagini. Onde. E poi colori indiani che poco a poco si mescolano e si incontrano e fanno tutto da soli.
Pocoapoco sono racconti da leggere ad alta voce. Perchè leggere soltanto per sè è meno bello. Se ti leggo un libro passo un po’ di tempo buono con te. Te lo regalo, il tempo. Tu me lo regali pure, anche se non ho una grande dizione. Mi ascolti.
Pocoapoco è un libro da leggere almeno in due. Su iPad, carta, al telefono. Come vuoi. Ma a voce alta. Sempre.
Lo sai, ci vuole un po’ di coraggio per prendersi del tempo e leggere. Prendiamocelo. Poco a poco.
Indice
In copertina p.2
Carla Manea
Introduzione p.3
Alessio Sartore
Vicino al mare. Lontano dall’amore. p.6
Monica Marchioro
Masala Chai.
Un mese con i bambini di strada dell’India. p.10
Nadir Basso
Innerself p.20
Luca Sammartin
Blue Valentine p.24
Max Maestrello
La gomma indurita p.40
Claudia Beggiato
Coccinella e cimice p.48
Enrico Tagliapietra
Altresì commosso p.52
Christian Manuel Zanon
Le mani e gli occhi p.56
Matteo Sartore
Zackary e Andrea p.58
Robi Trivellato
Gli autori p.99
Monica Marchioro
Vicino al mare. Lontano dall’amore
Scriveva di sé perché non sapeva fare altro. Funzionava nel dolore. Quello che stringe e stritola. Funzionava quando era in quel suo sentire pesante che le tagliava a metà il respiro. Nella sua vita era la perfezione che la soffocava. Come una nebbia di un colore grigio, vecchio, polveroso e confuso. Senza memoria o con troppa memoria. Una sfida interminabile che diventava titolo e poi ancora titolo e titolo e titolo. Di quel libro non sapeva scrivere altro. Un titolo che cambiava sempre, imprigionando uno stato d’animo in poche parole. La sua viva non aveva bisogno di altro. Forse.
Tommaso era entrato in quella vita così: con il suo mento sfuggente prima che con un sorriso, un gesto carino, un bacio, il mare. Un capitolo prima di lui, Chiara aveva visto la sua vita sfuggirle di mano come un foulard rubato dal vento. Si abbracciavano forte forte perché al mare c’era un forte forte vento. Eppure Chiara non ricordava un solo giorno in cui la vita le fosse apparsa diversa da così: un istante perduto, voluto, preteso, sofferto, deriso, aspettato, gettato via. Via. O forse bello, perché no. Scorreva gli aggettivi come si scorrono le fotografie: ricordando, cancellando, ritornando. Tommaso le aveva ricordato qualcosa di bello che non aveva mai conosciuto, ma che sapeva che in qualche parte, in qualche angolo, in qualche momento, c’era stato.
Emma non si separava mai da Omero. Era il suo cane, era ogni attimo della sua storia. Non amava chiamarla storia, quella in cui era. Aveva perso troppo tempo per scorrerla e ora le sembrava un puntino dello spazio. Un inizio che cominciava e si fermava così: ricordandosi quello che aveva scritto in un foglietto strappato da non so dove, tanto tempo prima. Diceva: l’amore è la fetta più grande della torta. Quella che non ti meriti perché non ti meriti l’amore. Era un cerchio disegnato dentro la sua testa. Chiarissimo, senza sbavature, disegnato una volta, per sempre. Iniziava ogni pensiero così. E così finiva. E tutto veniva inghiottito da quella immensa impossibilità di essere amata. Da quel suo non saper amare, perché l’amore cos’è? Tommaso e Chiara e Emma si erano visti vento li legava. Erano storie iniziate, chissà perché. E mai diventate grandi, chissà perché. Erano storie che avrebbero voluto andare oltre ma si sono dovute fermare dove il vento ha smesso di soffiare. Quel giorno, ricordi? Forte forte, vicino al mare lontano dall’amore.
Nadir Basso
Masala Chai
Un mese con i bambini di strada dell’India
Allora.
Com’era facile prevedere mi è andato il cervello in pappa ed esco a (rari) sprazzi dall’afasia: in genere mi capita davanti alle mucche che presidiano gli incroci, placide e indifferenti, a cui consegno il mio disorientamento - e da cui non mi sento granché compreso, onestamente.
Sono precipitato nel bel mezzo di questa assurda fantasmagoria di meravigliaincantoenigma&miseria che è l’India proprio nei giorni di Sankhranthi (che per i tamil è come il Natale per noi).
Le donne disegnano dei fantastici mandala, floreali e/o geometrici, con delle polveri colorate di farina di riso davanti all’ingresso delle loro case (beh, case..). Si chiamano ‘rangoli’ e vengono rifatti ogni mattina, con un dispendio di tempo per noi inconcepibile. Poi ci si augura ‘Happy Pongal’ e si punta allegramente verso il desco, dove ci aspetta l’omonimo piatto - il Pongal, appunto - un piattone unico di riso cotto al forno con verdure, carne (spesso pollo), frutta secca e spezie. Da cui “ me so’ imponga’ “, come hanno dimostrato recenti studi di filologia comparata. Dopodiché si chiamano a raccolta i bimbi e si lastricano i cieli dell’India con una tappezzata di aquiloni, che finiscono immancabilmente per incartarsi tra il reticolo di fili elettrici tesi alla valàchevabèn da una casa all’altra, sotto lo sguardo delle scimmiette che si trastullano sui cornicioni dei tempietti indù (ce n’è ovunque, come piccole cappelle votive, ed esplodono di colori come petardi).
I bimbi del centro sono un manipolo di ‘antuanduanel’ periodo riformatorio, ruvidi e teneri, che mi hanno accolto con una cerimonia di canti e balli, inattesa e commovente.
Ora sono ‘brother Nadir’, o Shiva, come mi chiama qualcuno.
Ieri, dopo le presentazioni di rito con tutto lo staff della casa-famiglia che mi ospita sono stato in stazione con Saritha, l’operatrice del centro che fa ‘street education’, a raccogliere quelli scappati dalle loro famiglie, oppure orfani, e provenienti da ogni angolo dell’India.
Stanno lì a bivaccare, in attesa che qualcuno li prenda su per fare i servitori di the in qualche locale - sottopagati e sfruttati, naturalmente (bambini di 10-12 anni, dio buono, con l’immancabile fazzoletto intriso di ‘solution’, una colla che li fa sballare quel tanto che basta da non fargli
Stamattina sortita in autorisciò (apecar gialla rottamabile che fa servizio di taxi) al mercato, a comprare l’occorrente per la cena di noodles che offriremo ai bambini stasera: ho scaricato due rullini di foto, tra santoni di ogni risma, principesse dai sari coloratissimi accovacciate in mezzo a spianate di frutta e verdura altrettanto vivide, mendicanti, vacche, incensi e fiori in un caleidoscopio rutilante che stordisce come una febbre leggera e inebriante.
Ma mi sento già abbastanza a mio agio in mezzo a tutto questo, solo un po’ spiazzato dal modo che hanno gli indiani di fissarti, non indagatorio ne’ di sfida, ma persistente, gravoso da sostenere: con questi loro occhi bellissimi e fondi nei loro visi spettacolari che passerei il tempo a fotografare. Ecco, devo dire che non provo nessun senso di timore in mezzo a loro, è gente mite e dolce, disponibile, e quel modo tenerissimo che hanno di dire si basculando la testa di qua’ e di la’ come i cani di pezza nei lunotti posteriori di certe auto li esprime completamente.
Ho anche partecipato alla mia prima puja, la cerimonia di preghiera indu’, al Birla Temple di Hyderabad, con tanto di corona di fiori e applicazione della tikka rossa in mezzo alla fronte: non c’ho capito niente, ma il tutto era piuttosto luminoso ed emanava un senso di pulizia rinfrescante.
Bene, il resto la prossima volta, ora vado con Gaia a portare tre bambini dal dentista (domani viaggio notturno verso un villaggio quasi in mezzo alla foresta, dove c’è una casa-famiglia come quella che sogna Mancikalalu. Stiamo tre giorni e poi torniamo per un matrimonio. Figata.).
Shanti shanti, amici. A presto,
Nadir
Tre giorni a Ravulapalem e dintorni, golfo del Bengala. La partenza è spumeggiante: sbagliamo treno. Direzione giusta, ma convoglio sbagliato. Il controllore - l’unica persona scortese incontrata finora - ci fa un culo a tarallo e ci scarica alla prima fermata, dopo un’ora di viaggio.
Saliamo sul successivo, il nostro, ma ormai la prenotazione della cuccetta è andata. Chiacchiere e amenità con un simpatico ma petulante indiano seduto di fronte, che vuol sapere tutto, ma proprio tutto sul mio lettore cd portatile (costo in rupie, corrispettivo in euro, stato di fabbricazione, compatibilità con altre applicazioni, voltaggio delle pile..). Alla fine mi chiede anche di passargli gli auricolari. ‘Mmmhh.. western music. I not like ‘. Vinicio Capossela, musica western. Gli piacerebbe, a Vinicio.
(Scusate, mi assento un secondo, giusto il tempo di girare il grazioso quadretto che campeggia in ognuna delle cabine di questo internet point, a lato del computer: la foto 30x40 di due occhi in primo piano, piuttosto vecchi e stanchi, stile mago Otelma, intenti a fissarti. Forse il titolare li ha messi per ipnotizzare i suoi clienti, costringendoli così a sedute di diverse ore, chissà - anche la musichetta indiana e l’incenso aiutano. Ciapa qua’, allora. Tie’!)
Arriviamo alle 7, sfranti, mentre il sole dissipa pian piano la nebbia (!) e ci svela il paradiso tropicale in cui siamo capitati: piante di cocco e banano ovunque, pappagalli, scimmiette, villaggi di capanne di fango e paglia lungo la strada immersi in un verde pastosissimo.
Shreeno, l’autista che è venuto a prenderci, guida come uno psicopatico in acido, scatarra come un tisico (qui lo fanno tutti, peraltro) ma alla fine ci porta a destinazione: una casa-famiglia dei salesiani per i figli dei poveri(ssimi) - cioè quasi tutti - che lavorano per i pochi landlords, i grandi possidenti terrieri.
Il posto è molto bello, pulito, ordinato. Ancora palme, formiche nel lavandino e libellule iridescenti intorno al chiosco centrale di paglia. Sembra un resort Club Med senza turisti e animatori. Niente crocefissi o stampe religiose, molto silenzio, interrotto dai canti o dagli schiamazzi giocosi dei bambini, giovani donne sorridenti nei loro punjabi leggeri e colorati che si muovono felpate e assorte dai pentoloni della cucina all’aperto alle stanze del refettorio e della lavanderia.
Nel pomeriggio visitiamo il primo villaggio di questi indiani che appartengono ad una delle caste più basse, poco sopra i dalit, gli intoccabili (che sono tali, ho scoperto, perché fanno quello che qui in India viene considerato il lavoro più immondo e peccaminoso, cioè la concia delle pelli delle vacche).
E’ un viaggio indietro nei secoli, vita misera, durissima. Una donna che lavora nei campi di riso ci raccontava di prendere si e no 60 rupie al giorno, 1 euro e qualche spicciolo. Paga da fame, letteralmente. Miseria, dunque, ma anche molto colore, panni stesi o adagiati sull’erba, vita in mezzo alla natura, volti luminosi e bambinetti con gli occhi bistrati di nero e pallino in fronte che sembrano piccoli dei (foto, foto, foto: scorpacciata degli occhi).
I giorni successivi, altri villaggi, cocco bevuto dalla noce, papaya e dolcetti offertici in segno di benvenuto, sorrisi grandi, strette di mano e tentativi laboriosi di colloquio (a proposito: ho un altra prova inconfutabile che telegu e veneto vengono dallo stesso ceppo: ‘accomodati’, ‘siediti’ si dice ‘kucio!’ da queste parti. E poi la erre arrotata che hanno qui è quella tipicamente mestrina, non c’è storia).
Degna chiusura una tappa in spiaggia, tra i pescatori di una comunità che vive lì attendata, colti nell’atto di riparare le reti, con le barche schierate sulla battigia, i granchi - enormi - tra le mani di alcune donne, a mostrarceli, mentre altre si incamminano a piedi, elegantissime, con la brocca di metallo smaltato in testa, verso il primo villaggio (chilometri, comunque..) per fare il pieno di acqua.
Il matrimonio indù che doveva attenderci al ritorno è slittato a stasera, non nel senso che è slittato il matrimonio ma nel senso che il fratello dello sposo che doveva venirci a prendere è arrivato con due ore e mezza di ritardo e noi ci eravamo rotti le balle - oltre che la schiena durante il viaggio di ritorno. Poco male, i matrimoni qui durano tre giorni e quelli di Kusturica, mi dicono, al confronto fanno la figura di un the delle 5 a Bloomsbury.
Intanto il pomeriggio di ieri io, Andrea, Chiara e Gaia, l’abbiamo passato a spidocchiare i bocioni. Per non dire della scabbia (dormono per terra su un tappetino, ammassati in un paio di stanzoni).
Che robe, gente...
Abbracciebbaci,
Nadir
Ho scoperto il cricket, ve lo dico. Grazie ai bambini.
Non mi muovo ancora con sicurezza, ma apprezzo gia’ il ritmo gentile del gioco. Dev’essere una specie di antenato del baseball: due battitori, a turno, difendono una delle ‘porte’ dai giocatori avversari. Scopo dei battitori è segnare punti, sia correndo fra le due porte mentre la palla e’ fuori campo, sia colpendo la palla e mandandola contro al limite campo (4 punti) o al di sopra (6 punti).
Scopo di chi serve la palla è, invece, abbattere la porta o costringere il battitore a tirarla in aria.
Poi mi hanno anche spiegato che abbattere il direttore dell’ostello, come ho fatto io, non vale neanche mezzo punto. Io che credevo.
Ieri tour notturno per Hyderabad in sette dentro una Ambassador ‘Classic’ bianca, modello diplomazia coloniale britannica, tenuta insieme con gli sputi e ammortizzata come una 2cv.
Per cena, sosta da ‘Domino’s’ (come Pizza Hut), dove ho mangiato la pizza piu’ pesante della mia vita. E’ ancora qui e vi saluta.
Giorni di lavoro per Mancikalalu, questi: traduzione del sito in inglese, stampa dei volantini, iscrizione al registro delle ong indiane. Molto tempo coi bambini, tra trastulli improvvisati, cerotti e perossido d’ossigeno. Si scorticano le gambe giocando a calcio scalzi e ogni sera bisogna rattopparli per bene.
Mudravhali, uno dei miei pupilli, ieri mi ha portato per manina a conoscere tuuutti gli amici del circondario con relative famiglie, nelle loro case, piccole, misere, aperte verso l’esterno. E’ tipica, sto scoprendo, questa indifferenza tra interno ed esterno - vale anche per i templi - e da’ all’idea di casa, di abitare, di privato, un significato del tutto diverso dal nostro.
Le case della gente comune sono piccole, spingono a vivere fuori, sono poco più che ripari. E anche i vestiti stanno sul corpo per motivi diversi dalla pudicizia. Tanto è vero che si fa’ il bucato in pubblico, nei fiumi, nei rigagnoli o nei catini, togliendosi gli stracci di dosso e aspettando che asciughino al sole. Comportamento che è semplicistico spiegare con la povertà. C’è dell’altro, mi sento di dire. C’è un’armonia antica.
Sono stato a Charminar, il cuore arabo di Hyderabad, qualche giorno fa’, in occasione della festa nazionale dei mussulmani indiani. Tutti in strada, non solo islamici - in Andhra Pradhesh la convivenza è molto pacifica - carretti e banchetti stipati di dolcetti e frutta esotica di ogni tipo, palloncini colorati. Festa, insomma. Unico particolare inquietante: l’articolo più esposto e più venduto era un khalashnikov versione giocattolo, che ogni bambino brandiva con l’orgoglio e la fierezza di un futuro martire di Allah.
Poi, tornando, un uomo riverso in mezzo alla strada (ubriaco?, morto?), con le auto che lo schivavano all’ultimo e nessuno che si fermasse: sorta di mise en abyme (Alex, questa è per te: e ricordati la piante) dell’indifferenza di cui sono capaci gli indiani (Gli indiani sono il popolo più indifferente di fronte alla sofferenza che io conosca al mondo: Pier Paolo Pasolini).
Difficile conciliarla con la tenerezza, l’umiltà verso il mondo, l’amore che pure traspare dai loro comportamenti.
Bisognerebbe capirne di più della loro antica religione, forse, complicata e un poco terribile “dove i segni della malattia e della miseria non sono ‘sventure’: vengono da lontano, vanno lontano; migrano da vita a vita, certificati dagli interventi degli dei” (G.Manganelli).
Domani, con il “Khrishna Express” delle 18.30, partenza per Tirupathi, dove c’è il tempio di Venkateshvara (che sta agli indù come la Mecca sta ai mussulmani, o Gerusalemme ai cristiani). Poi Pondicherry, per mettere il naso nell’ashram di Aurobindo (ciao Alida), e a seguire Madras e Madurai, per completare il tour tra le capitali dell’induismo dravidico.
Ci aspettano tra le 45 e 50 ore di treno in una settimana: dopo di che, chi volesse, può dedicarsi a recuperare le salme e a rimpatriarle.
Grattini sotto il mento a tutti,
ciao
Nadir
Allora io starei per tornare. Non è una notizia che valga una mail, lo so. Ma alcuni di voi mi hanno fatto sapere di gradire i miei raccontini settimanali, invitandomi a scrivere ancora. Ora, di questi ultimi dieci giorni passati in giro per il sud dell’India io mi ritrovo con gli occhi, il naso, la testa e il cuore ancora gonfi. E non riesco a spremere nulla. Magari più avanti, vedremo. Però volevo dire grazie, anche agli altri che mi hanno semplicemente letto.
Vi lascio con queste poche righe, da un libro prezioso che mi ha accompagnato durante il viaggio.
Non saprei trovare sigillo migliore, davvero.
“Quando si torna da un viaggio in India e la gente ti chiede com’è andata, senti che la domanda è carica di aspettative. Non è la stessa distratta gentilezza con cui ci si informa: be, ti sei divertito a Edimburgo? O: com’è la Cina? E’ invece sempre come se volessero sapere: insomma l’hai trovato l’Assoluto, l’Uno-Senza-Secondo, quella cosa il cui centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte? Almeno questo, si, l’ho trovato, nel senso che posso rispondere all’indovinello. Il centro si sposta con noi, siamo noi quel centro.
Quando mi viene paura di volare, penso che è una paura sciocca, perché siamo sempre e comunque in volo nell’universo. Siamo su un’enorme pietra rotolante sospesa nel vuoto. “Perché la terra non cade? Perché è in posizione simmetrica a ciò che la circonda. Non v’è ragion sufficiente perché cada”. Chiunque l’abbia sostenuto non mi convince. Per quel che ne so, stiamo sempre precipitando. E, questo l’ha detto Marco Aurelio, i casi sono due: o ci sono gli dei, qualcuno in alto che si prende cura di noi, e allora tutto va per il meglio. Oppure non ci sono e allora, facciamo del nostro meglio.”
Ci si vede, gente.
Nadir
Luca Sammartin
Innerself
Eccomi, sono di nuovo io. Finalmente sono riuscito a recuperare il trasmettitore, l’ho trovato nel deposito dopo essere tornato dall’escursione. Sono tornato da poco e ora c’è molto lavoro da fare.
Come sempre è una corsa contro il tempo perché esiste costantemente il rischio che qualcosa si muova, senza possibilità di previsione. Sono riuscito a trovare molto materiale, ma non ho incrociato nessuno. Inizio a pensare che siamo soli in questo posto.
Comunque, sono stato via parecchio perché ci si muove con difficoltà. A dire il vero, è sempre più difficile muoversi. Sembra quasi che per terra la cenere abbia deciso di comportarsi come neve nuova e che lo spazio che la divide dal cielo sia sempre minore. Inizia a coprire le aperture nel terreno e ci sono giorni più stabili e giorni meno stabili. I giorni più stabili mi danno nuova speranza, immagino il sole e il tempo che torna ad esserci ma poi qualcosa mi contraddice sempre. Comunque abbiamo imparato ed ora è meno difficile, stiamo costruendo un metodo.
Ma vorrei chiederti una cosa. Il cielo rosso, la neve nera che cade e le montagne che prendono fuoco, che esprimono una rabbia che non conosco. Non ti dice nulla? Se ci penso, sento andare tutto fuori fuoco. Mi sembra di avere la risposta dietro alle mie spalle, ma quando mi volto per guardare lei è più veloce di me. Ma non così tanto da impedirmi di percepirla. Qualcosa che non riesco a raggiungere perché non ho abbastanza gambe e questo è quello che continuo a ripetermi. Mentre cammino ci penso sempre, così quando me ne accorgo smetto di pensare.
Ho sentito un rumore. Aspetta, torno tra poco.
Era la base, sono sceso fino a sotto la falda e sono sprofondati i supporti che avevo costruito l’ultima volta. Il quinto piano, dove mi ero messo, è sceso ancora e sotto fa sempre più freddo. Dal quarto piano in giù è tutto inagibile. Ma non ti preoccupare, è tutto sotto controllo.
Forse mi dovrò spostare al sesto, se così sarà ti avvertirò. Dobbiamo comunque restare abbastanza sotto perché
é ormai fuori, dopo il chiaro non si può stare. Restiamo in mezzo, per così dire. Ora sono dentro e non mi muoverò fino a domani. Resto fermo e mi tengo preparato. Sai, non immaginavo che ci sarebbero stati momenti così profondamente diversi, nessuno ti prepara a queste cose. Neanche noi lo sapevamo.
...
Ora devo andare, non so quanto tempo passerà prima della prossima trasmissione. In alcuni momenti l’energia non è molta e resto isolato quindi devo aspettare. Mi domando dove sei andata a finire.
Max Maestrello
Blue Valentine
Il Cazzone ha vacillato sulla sua sedia in ferro battuto
e si è ribaltato, finendo sul pavimento di pietra della veranda.
Ha alzato lo sguardo da terra, si è sfregato i denti,
scrollandosi di dosso lo stordimento.
“Cosa cazzo è stato?” ha chiesto il Cazzone.
“Una cosa che si chiama amore”, gli ho risposto.
(Sam Lipsyte, Il bazooka della verità)